Spirito Santo Corsico

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Giovanni 17,1-11

Così parlò Gesù.

 Il discorso di Gesù con i suoi discepoli finisce in questo istante, con queste parole. Sono parole di una grande speranza. Io ho vinto il mondo. Ma questa non è solo la certezza di Gesù, la sua vita, che è vittoria sul mondo, deve essere anche la certezza, la vita e la speranza di ogni suo discepolo.

 Ogni suo discepolo deve poter dire con Gesù e in Lui: io ho vinto il mondo. Il fine della fede cristiana è questa vittoria e chi non vince il mondo non appartiene alla fede, poiché è proprio della fede in Gesù la vittoria sul mondo e sulle sue concupiscenze.

 Questa certezza di vittoria non poteva non essere l’ultima parola di Gesù con i suoi. In fondo tutta la sua vita, tutta la sua missione, ogni altra parola e tutte le sue opere altro non erano e non sono che vittoria sul mondo, sul male, sul principe di questo mondo. Tutto ciò che Gesù ha fatto in parole e in opere era finalizzato a questa vittoria. Ora egli lo può dire con certezza: il mondo non lo ha vinto, egli ha vinto il mondo. La sua missione è finita, può essere detta conclusa.

 Se ha finito di parlare con gli uomini, suoi discepoli, non per questo ha finito di parlare con il Padre. È nel suo discorrere con il Padre, che è anche preghiera per Gesù, che egli rivela le profondità del suo cuore e di tutto il suo essere, ma solo dopo aver vinto il mondo, si può entrare in queste profondità. Solo chi riporta la vittoria sul male e sul peccato, può gustare la sapienza e la saggezza che sgorgano dalle parole di Gesù rivolte al Padre suo. 

Queste parole altro non sono che il suo cuore svelato, messo a nudo dinanzi al Padre. Sono il suo desiderio nascosto fino a questo momento; sono il culmine della rivelazione fatta a noi attraverso una preghiera. La preghiera di Gesù è il suo cuore, la sua volontà, i suoi sentimenti, il suo essere. Questo suo essere egli vede in Dio, a Dio lo presenta, in questo suo essere vuole che i suoi discepoli si inseriscano. L’essere di Gesù è nell’essere e dall’essere del Padre; in questa preghiera è svelato tutto il mistero di Dio, il mistero di Gesù, il mistero dei suoi discepoli, il mistero del mondo.

Quando la preghiera arriva a tale sublimità di rivelazione del mistero è il segno che tutto l’uomo è inserito negli abissi del mistero di Dio, per questo è capace di coglierlo e di manifestarlo, di vederlo e di annunziarlo.

 Quindi, alzati gli occhi al cie­lo, disse:

 Gesù alza gli occhi al cielo. Anche con il corpo, e non solo con il suo spirito, Gesù sembra volere cercare il Padre, per contemplarlo, per osservarlo, per vederlo, se non con gli occhi del corpo, almeno con quelli della mente. La purezza del suo cuore e dei sentimenti non conosce impedimenti umani alla contemplazione del Padre.

 Per quanti non curano l’aspetto esterno della preghiera, per quanti pensano che la preghiera possa essere fatta in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento e sotto ogni forma, Gesù ci insegna che essa, essendo discorso con il Padre, colloquio confidenziale con lui, ha bisogno anche delle forme esterne. Se Lui, il Figlio di Dio, il Santo ed il Giusto, l’Innocente, il Puro di cuore, si è servito di queste forme, allora è segno che esse sono necessarie per la preghiera, perché altrimenti essa non si fa secondo verità, non viene vissuta con intensità, troppe distrazioni ne impediscono il dialogo del cuore con Dio. Se il cuore non c’è nel dialogo con il Signore, la nostra preghiera è già vana, nulla, fin dalle prime parole che noi rivolgiamo al Padre nostro celeste.

 « Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te.

 La preghiera di Gesù è al Padre nello Spirito. È al Padre perché è Lui il principio e la fonte della verità e della grazia, è nello Spirito, perché solo lui sa quale verità e quale grazia impetrare e chiedere per l’ora particolare che si sta per vivere.

 Nello Spirito di verità, che è conoscenza della verità soprannaturale, celeste, ma anche storica, Gesù sa che ormai la sua ora è giunta. Egli, fra breve, fra pochi istanti, dovrà passare da questo mondo al Padre.

 Per Gesù questa è l’ora della glorificazione, il Padre glorifica il Figlio, il Figlio glorifica il Padre. È questa l’ora dell’esaltazione del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre.

 Il Padre glorifica il Figlio, sostenendolo nell’ora della prova, confortandolo e aiutandolo a superare questo momento assai difficile della sua passione e morte, dell’offerta della sua vita; lo glorifica dopo l’offerta della vita, ridando al Figlio quella vita che lui gli ha offerto, ma in un modo divino e celeste, nella trasformazione del suo corpo attraverso la gloria della risurrezione. Gesù è glorificato nel momento della morte e nel momento della risurrezione; sia nella morte che nella nuova vita, egli attesta che Dio è con lui, che Dio è suo Padre, che egli appartiene solo a Dio e che Dio lo riveste per questo di gloria eterna. Questa è la gloria che Gesù riceve dal Padre.

 Il Figlio invece glorifica il Padre perché lo riconosce come il solo, unico, l’eterno Signore della sua vita. A lui la vita appartiene, a lui gliela dona con un atto di totale e perfettissima obbedienza, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

 Il Padre questa gloria vuole da ogni suo figlio; questa gloria Adamo gli aveva tolto nel giardino, quando non riconobbe la verità della sua Parola, quando pensò che Dio fosse invidioso della gloria dell’uomo e volle farsi come Dio, al pari di lui, togliendo a Dio la gloria di essere il Signore dell’uomo.

Gesù ridona al Padre tutta la sua gloria: riconosce il Padre come l’unico Signore della sua vita, riconosce la sua vita come niente dinanzi al Padre. Perché il Padre sia il suo Signore, egli si annienta nella morte, si annulla come uomo sulla croce, diventa l’ultimo degli uomini, su di lui ognuno pretende di essere signore e dio e tutto questo Gesù, vero Dio e vero uomo, sopporta e vive per amore del Padre, perché il Padre da lui sia riconosciuto come il suo unico, il solo Signore della sua vita.

 Gesù sa che il Padre ha un suo desiderio su di lui, sa che egli vuole questa conoscenza e Gesù riconosce il Padre suo dinanzi agli uomini e non ha paura di andare incontro alla morte e alla morte di croce. Questa è la gloria che Dio vuole da ogni uomo. Gesù gliela dona e insegna a noi tutti come darla; soprattutto ci dice che è possibile darla, se come lui ci si mette in preghiera e si chiede che ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni nostra azione sia solo ed esclusivamente manifestazione della sua gloria, sia per la manifestazione della sua Signoria e della sua Paternità su di noi.

 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.

 Gesù ora riconosce la gloria del Padre ed anche rivela qual è la gloria del Figlio.

 La gloria del Padre è la sua onnipotenza, onnipotenza e signoria che egli esercita su tutto il creato. Il creato è governato dalla saggezza, dalla sapienza, dall’onnipotenza del Padre, dalla sua provvidenza.

 Strumento del governo del Padre è Gesù, al quale il Padre ha dato potere sopra ogni essere umano, ma questo potere è un potere di vita, non di morte, non di giudizio; è un potere di vita eterna.

Gesù è stato inviato sulla terra per dare la vita eterna, ed è questo il suo potere su ogni essere umano, su tutti coloro che il Padre gli ha dato.

 Troviamo qui un’altra verità che caratterizza e definisce la relazione tra Gesù e il Padre. Anche nel dono della vita eterna, Gesù non ha potere di darla a chi egli vuole, anche in questo dono egli deve vivere la più stretta obbedienza con il Padre; egli potrà dare la vita eterna solo a coloro che il Padre gli ha dato.

 Gesù lo aveva già detto, nessuno può venire a me se il Padre mio non lo attrae. Dio vorrebbe attrarre tutti, ma non tutti si lasciano attrarre dal Padre e per quanti non si lasciano attrarre dal Padre, Gesù non può dare la vita eterna. Se Lui non dona la vita eterna, ed è solo Lui che può darla, nessuno si può salvare.

 La salvezza pertanto è dono universale di Dio, ma diventa dono particolare a causa dell’uomo che non si lascia attrarre da Dio. In questo caso Gesù non può salvare e la sua opera per lui diviene inefficace. Questa inefficacia della redenzione di Gesù è il mistero dei misteri che avvolgono l’uomo e la sua responsabilità e questa inefficacia di salvezza spiega l’inferno e la sua eternità.

 Quanti si pongono dinanzi all’inferno e non lo comprendono, non lo comprendono perché non hanno compreso il mistero di Dio Padre, il mistero di Dio Figlio, il mistero dell’uomo e della sua libertà.

Il non poter salvare chiunque non vuole essere salvato, appartiene al mistero della libertà dell’uomo. Chi non si lascia attrarre dal Padre, chi non si lascia donare dal Padre al Figlio, dal Figlio non può essere rivestito di vita eterna, pur avendo Gesù il potere di rivestire ogni essere umano di vita eterna.

 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.

 Viene ora specificato cosa è la vita eterna. Essa è conoscenza del Padre, come l’unico vero Dio; è conoscenza di Gesù, come l’unico inviato dal Padre.

 La vera conoscenza del Padre e di Gesù Cristo è l’entrata dell’uomo nel mistero del Padre e del Figlio, per farne parte, per divenirne parte. Se si diviene parte del mistero del Padre e del Figlio, nello Spirito di verità, si diviene anche parte del mistero globale di Dio che è purissima carità. E così l’uomo conosce Dio perché sa chi è il vero Dio e chi è Gesù; conoscendolo secondo verità lo ama ed amandolo lo serve; servendolo, vuole possederlo per l’eternità, vuole divenire familiare di Dio per sempre. Così la conoscenza produce e genera l’amore, l’amore diviene comunione di vita, si fa partecipazione di vita eterna.

 Nella conoscenza vera del Dio vero, che è l’unico vero Dio, e di Gesù Cristo, che è l’unico vero Salvatore dell’uomo, l’unico vero Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo diviene parte di Dio perché vive secondo verità il mistero. Viverlo secondo verità significa viverlo nella perfezione dell’amore. L’amore è la vita eterna di Dio di cui l’uomo è reso partecipe attraverso la vera conoscenza che egli ha del Padre e del Figlio.

 Da questa affermazione di Gesù si apre il vasto problema circa le altre religioni. Va subito detto che pur contenendo esse semi di verità, contengono anche molti semi di errori e quindi non sono via per andare al Padre, perché del Padre non conoscono la sua verità, non lo riconoscono come il Vero, l’Unico Dio. Anche se riconoscessero Dio come l’unico ed il vero, manca in esse la conoscenza di Gesù Cristo, come l’unico inviato del Padre e quindi la loro conoscenza di Dio è una conoscenza assai debole, fragile.

Inoltre, Gesù è il solo datore della vita eterna; tale il Padre lo ha costituito. Gesù non dona la vita eterna se non a quanti il Padre gli ha dato; il Padre non può dare la vita eterna a coloro che si rifiutano e che non vanno dal Figlio. Ma c’è anche l’altro problema che riguarda la Chiesa. Può la Chiesa dispensarsi di condurre a Cristo, perché Cristo conduca al Padre? Può essa liberarsi dal suo “ufficio paterno” di condurre a Cristo attraverso l’annunzio della Parola ed il dono dello Spirito che converte i cuori e li associa al mistero di Gesù?

 Quanta responsabilità ha la Chiesa, e in essa ogni cristiano, per ogni uomo che non è dato da essa al Cristo perché lo rivesta di vita eterna? Riflettere sulla “missione paterna”, oltre che cristica della Chiesa, ed insieme pneumatologica è suo specifico ministero per poterlo assolvere secondo giustizia e verità.

 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare.

 Dopo aver detto in che cosa consiste la vita eterna, che è purissima e verissima conoscenza dell’unico vero Dio e dell’unico mediatore tra Dio e gli uomini e che è lui stesso, Gesù dice espressamente al Padre che lui ha compiuto il suo ministero sulla terra, ha portato a termine la sua opera.

 Attraverso quest’opera Dio è stato glorificato dal Figlio. Gesù ha la coscienza di aver fatto tutto quanto il Padre gli ha comandato di fare. Anche se l’affermazione di Gesù è fatta prima del compimento dell’opera più importante, ultima, che è la testimonianza suprema; prima, dinanzi ai sommi sacerdoti; poi, dinanzi al governatore di Roma e infine, dinanzi a tutto il mondo, dall’Alto della croce, essa è fatta in un presente eterno, che vede già i frutti della sua obbedienza, vede già compiuta la sua morte, vede già il dono della sua obbedienza totale.

 Per Gesù la morte è già stata subita, la passione superata e l’una e l’altra sono state già vissute da lui, perché la sua volontà è già radicata e ferma, ancorata saldamente nella volontà del Padre che domanda al Figlio che lo glorifichi attraverso un amore di obbedienza che sia capace del dono totale della sua vita. Nella volontà e nello spirito, nel cuore e nel sentimento, nell’anima e nella coscienza Gesù ha già compiuto l’opera che il Padre gli ha comandato.

 Questa stessa volontà chiede Gesù ai suoi, una volontà saldamente ancorata nella sua, che fa sì che il dono sia già totale, sia già dell’intera vita, pur l’opera non essendo ancora stata posta in essere. Quando c’è questa comunione ed unità di volontà, allora sicuramente l’opera seguirà, ma seguirà perché già con la volontà è stata eseguita, è stata compiuta, è stata posta in essere. Gesù è questa coscienza, questa volontà, questa attualizzazione.

 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.

 Come Gesù ha glorificato il Padre, poiché vede la sua vita già offerta e già consegnata, così vuole che il Padre veda già il suo dono e la sua offerta e per questo dono e per questa offerta dia a Lui, anche visibilmente, e non solo invisibilmente, tutta la gloria di cui la sua persona è rivestita, gloria della divinità, ma anche gloria dell’umanità.

 La gloria spetta alla sua Persona in quanto Dio, ma anche in quanto uomo. Spetta in quanto Dio, perché è Persona divina, uguale al Padre e allo Spirito, distinta dal Padre e dallo Spirito. Una stessa, identica gloria per ogni persona della Santissima Trinità. Il mondo deve riconoscergli questa gloria, deve confessare che Gesù è Dio. Come il mondo lo ha condannato perché si è fatto Dio, ora deve riparare, per quanto è possibile, a questo suo gesto di insipienza, riconoscendo che Gesù è della stessa gloria del Padre, perché è Dio con il Padre e lo Spirito Santo.

 La gloria gli è dovuta perché da sempre è sua. Prima era sua anche se il mondo non lo sapeva, non lo riconosceva come Dio; ora Gesù chiede al Padre che gli venga data visibilmente quella gloria, perché il mondo confessi che egli è della stessa sostanza del Padre, che egli è luce da luce, Dio vero da Dio vero.

 In questa confessione di gloria che Dio Padre vuole dare al Figlio e che il Figlio chiede al Padre si frappone il mondo, che con ogni mezzo vuole togliere la gloria a Gesù, confessandolo e ritenendolo un semplice uomo, una creatura. La Chiesa sempre si è opposta a qualsiasi movimento ereticale che in qualche modo ha offuscato o tenta di offuscare la gloria che appartiene a Gesù in quanto Dio. Ma fino alla consumazione del mondo ci sarà sempre chi negherà questa gloria, si rifiuterà di riconoscerla a Cristo. Ma noi sappiamo che neanche Cristo riconoscerà davanti al Padre suo coloro che non lo hanno riconosciuto dinanzi agli uomini, che non gli hanno tributato ciò che è suo e sua è proprio, in modo del tutto speciale, la gloria della divinità.

 C’è l’altra gloria che spetta a Gesù ed è la gloria dell’umanità. L’umanità assunta nell’unione personale al Verbo eterno del Padre, attraverso la sua obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, ha innalzato la gloria del Padre al di sopra di ogni creatura e dell’intera creazione. Gesù, sottoponendo e sottomettendo la sua umanità al Padre, in essa ha sottoposto e sottomesso l’intera creazione. Questa esaltazione del Padre viene ricambiata dal Padre con una esaltazione di gloria che non solo dona a Gesù un corpo glorioso, incorruttibile, spirituale e immortale, in più eleva Gesù nella sua umanità alla sua destra nel Cielo e lo costituisce giudice dei vivi e dei morti, Signore della storia, non in quanto Dio, perché in quanto Dio egli lo è sempre stato, ma nella sua umanità. L’umanità, ed è questa la gloria che il Padre ha riservato a Gesù, la sua umanità è ora assisa nel Verbo alla destra del Padre ed ogni creatura, angelica, infernale e terrestre deve chinare il ginocchio dinanzi a Lui e confessarlo suo Signore e Dio.

 Gesù vuole che il Padre gli dia questa gloria. Ma la gloria del Figlio è la gloria del Padre, e chiedendo la gloria per sé il Figlio altro non fa che chiedere la gloria per il Padre suo, che si manifesta nella sua vita e attraverso di essa. Anche per questa gloria riservata alla sua umanità il mondo si oppone e vede in Gesù e nella sua vicenda di passione e di morte un gioco, anche se tragico, della storia, come tanti altri giochi, niente di più, niente di meno. Molti sono coloro che vogliono e di fatto privano Gesù della gloria dell’obbedienza, per ridurre quanto gli è accaduto ad una semplice convergenza di fatti e di avvenimenti che sono finiti sulla croce. La croce per costoro altro non sarebbe che un accidente storico, senza nessuna importanza sul cammino dell’umanità.

 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola.

 Gesù raccomanda al Padre i suoi discepoli. Anche se è preghiera rivolta al Padre, viene qui precisata e stabilita la prima regola per poter essere discepoli del Signore. Essi lo sono perché Gesù ha fatto loro conoscere il nome del Padre.

 Conoscere il nome ancora non è sufficiente. Per essere discepoli di Gesù bisogna che venga osservata la Parola del Padre.

 Inoltre c’è un’altra verità che deve sempre rimanere fissa nella mente. Signore di ogni uomo è il Padre, ogni uomo è sua proprietà, perché sotto la sua Signoria.

 Il Padre, perché l’uomo si salvi ed entri in possesso della verità e della Parola, lo dona a Gesù. Gesù gli fa conoscere il nome del Padre, e l’altro diviene discepolo di Gesù se accetta di osservare la Parola del Padre data per mezzo di Gesù e realmente la osserva attraverso l’impegno giornaliero.

 Questa regola, detta da Gesù, deve essere norma perenne per la Chiesa, la quale, come Gesù, è chiamata a far conoscere il nome del Padre ad ogni uomo. L’uomo però non è della Chiesa, come non è di Gesù; è di Gesù solo quando il Padre glielo consegna, ma il Padre lo consegna a Gesù perché lui gli faccia conoscere il suo nome e perché osservi la sua parola di vita eterna.

 Chi esce da queste tre verità, che sono la norma di ogni apostolato - la Signoria di Dio sopra ogni uomo - la conoscenza del nome del Padre da offrire loro - l’osservanza della Parola del Padre - non compie l’apostolato, il suo è semplicemente una perdita di tempo, una vanità pastorale, una inutile esercitazione missionaria.

 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro;

 Viene ancora specificata la regola pastorale. Per essere veri discepoli di Gesù occorre sapere che tutte le cose che Gesù possiede hanno la loro origine in Dio, sono del Padre. Ma questo non basta. Non solo bisogna conoscere e sapere che tutto ciò che possiede Gesù viene dal Padre, perché è del Padre, bisogna anche che Gesù dia la Parola, l’unica e la stessa, che il Padre gli ha dato, ai suoi discepoli.

 Se non c’è questa confessione di fede e non c’è questa consegna, non c’è vero discepolato. Nessuno pertanto può sperare di poter fare discepoli di Gesù e quindi discepoli del Padre, se viene meno a questa duplice regola di confessione della fede, ma anche di consegna delle parole che il Padre ha dato.

 Gesù è stato fedelissimo al Padre, nulla ha aggiunto e nulla ha tolto, quanto il Padre gli ha dato, tanto egli ha consegnato. La consegna deve essere nella più grande fedeltà ed integrità; se viene mutato anche un solo articolo della Parola, tutta la Parola viene mutata. Questo mai deve accadere in chi vuole fare dei veri discepoli del regno.

 Oggi questi due pericoli esistono e sono reali. Il mondo pensa che gli uomini di Dio non siano uomini di Dio, ma semplicemente uomini, perché non hanno il riscontro dell’origine divina di quanto essi dicono o fanno; inoltre c’è anche la sensazione ormai diffusa, più che diffusa, dilagante che la Parola annunziata non sia Parola di Dio, sia semplicemente Parola d’uomo. Quando questo accade è veramente la fine del vero discepolato. Il mondo, o semplicemente, gli uomini non sanno che quanto noi abbiamo è da Dio, perché è suo; non conoscono la nostra parola come parola di Dio, la vedono nostra e come tale l’accolgono o la rifiutano, ma così facendo non si generano discepoli per il regno.

 essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

 Ci può essere da parte dell’inviato di Dio - Chiesa ed ogni suo fedele in essa - la certezza che ogni regola sia stata osservata e che quindi possano nascere a Dio dei veri discepoli, alla sequela di Gesù. Ma non sempre l’opera santa e buona dell’inviato del Padre produce frutti di vita eterna.

 Perché si producano i frutti del vero discepolato occorre che vengano accolte le parole di Gesù; occorre che si accolga Gesù come venuto da Dio, come inviato direttamente da Lui.

 Perché questo avvenga è necessario che l’inviato faccia trasparire in ogni sua parola ed opera la sua origine soprannaturale, da Dio; se l’inviato, per qualsiasi motivo, oscura questa origine, egli è responsabile sia della mancata adesione ed accoglienza della Parola, sia del mancato assenso di fede in Gesù come uomo venuto da Dio, uscito da lui, ma anche come inviato da Dio.

 Poiché Dio è il Padre nostro che è nei cieli e noi tutti siamo chiamati a professare la sua Signoria, è giusto che chiunque parli ed operi in nome di Dio sia talmente trasparente da far vedere Dio dietro di sé. Finché questo non avviene e in chi questo non manifesta, difficile sarà creare dei veri discepoli del Padre, alla sequela di Gesù.

 Non li può creare, perché non si vede in chi annunzia ed in chi opera Dio dietro di lui, si vede l’uomo e basta. La soprannaturalità dell’inviato di Dio può essere negata, ma comunque dovrà essere sempre visibile. Noi non siamo responsabili di chi la nega, siamo responsabili per chi non la vede, poiché costui non può aprirsi alla fede nel Padre e quindi non può accogliere la nostra parola come Parola del Padre.

  Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi.

 Dopo aver rivelato la relazione che deve necessariamente esistere tra Padre, Discepoli, Parola e Inviato da Dio, dopo aver manifestato qual è la vera fede e su che cosa essa deve essere sempre fondata, Gesù ora prega il Padre per i suoi discepoli. Anche questa preghiera è rivelazione, manifestazione di un rapporto che per essere vissuto secondo verità, ha bisogno che divenga parte dell’unico mistero di comunione che regna tra il Padre e il Figlio.

 Gesù prega per i discepoli. Viene anzitutto messo in risalto che Gesù non prega per il mondo. Il mondo non può convertirsi e quindi non ha bisogno di preghiera. Per mondo è da intendersi qui tutti coloro che ostinatamente e con risolutezza si oppongono al disegno divino di salvezza e sono già caduti nel peccato contro lo Spirito Santo, peccato che non è perdonabile né in questa vita, né nella vita eterna, dopo la morte di colui che l’ha commesso.

 Gesù non può pregare per il mondo, come non si può pregare per i dannati. Se non si può pregare è perché c’è ormai una definitiva rottura con Dio. Questi non può fare suoi coloro che con volontà ferma e decisa hanno stabilito che non vogliono fare parte di quanti appartengono a Dio.

 Che Gesù non possa pregare per il mondo, o che ha deciso di non pregare, dovrebbe farci riflettere, seriamente pensare, specie oggi, in cui la stessa categoria di mondo sembra non esistere più nella mentalità teologica.

 Gesù prega per tutti coloro che il Padre gli ha dato e glieli ha dati in quanto erano e sono del Padre. Il Padre ha potuto dare a Gesù solo coloro che hanno voluto essere del Padre e quindi il Padre esercita su di essi la sua divina potestà di essere il loro Signore per sempre. Esercitando un tale potere, li ha dati a Gesù perché entrassero per suo mezzo nel mistero della salvezza e della redenzione.

 Gesù prega per quanti erano del Padre ed ora sono suoi, perché rimangano sempre del Padre e suoi, ma per questo occorre rimanere nella parola, quindi nella sua accoglienza, e di conseguenza nella fede nella parola. La preghiera di Gesù è per la fede dei discepoli, perché essi credano e perseverino nella fede sino alla fine, ora nel momento della prova che si abbatte su di loro a causa della sua passione e morte e dopo la sua risurrezione gloriosa, quando le tribolazioni pioveranno su di loro ed avranno bisogno di radicarsi nella parola, di abbandonarsi e consegnarsi interamente ad essa, al fine di vincere la tentazione che vorrebbe, attraverso le difficoltà della storia, condurli su sentieri di non fede e di abbandono della via della vita.

 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro.

 Viene, in questo versetto, rivelata la relazione esistente tra il Padre e il Figlio in ordine alle persone e alle cose. Tutto è di Dio e tutto è del Figlio, tutto ciò che è di Dio è del Figlio e tutto ciò che è del Figlio è del Padre. I discepoli sono del Padre e quindi del Figlio, sono del Figlio per essere del Padre.

 Gesù è glorificato in loro, cioè nei discepoli, ogni qualvolta essi accolgono la sua Parola come Parola del Padre e la custodiscono nel proprio cuore osservandola, e donando la loro vita, come Gesù, per rimanere fedeli alla parola accolta.

Gesù è glorificato in loro, perché accogliendo la sua Parola come Parola di Dio, accolgono lui come il vero, unico inviato da Dio nel mondo per la redenzione e la salvezza dell’umanità. Chiunque accoglie Gesù come il Servo di Dio, il suo Messia, l’Eletto del Padre, costui testimonia che Gesù è vero nella sua parola e nelle sue opere e per questo lo glorifica e lo onora.

 Gesù è glorificato ogni qualvolta la sua Parola produce frutti di vita eterna in coloro che l’hanno accolta e custodita con amore nel proprio cuore. Ogni fruttificazione della Parola è un segno di gloria che dalla terra sale al cielo e raggiunge Gesù. Dinanzi al mondo intero, la sua missione, attraverso la fruttificazione della parola, è riconosciuta vera, autentica, proveniente da Dio, come d’altronde lui stesso viene da Dio, perché inviato da lui.

 La gloria sale a Gesù attraverso i suoi discepoli quando questi credono nella sua parola, credono in lui, vivono la sua parola, la fanno fruttificare, attestando, essi e la parola, la verità di Gesù.

 lo non sono più nel mondo; essi invece sono nel mon­do, e io vengo a te.

 Gesù pone adesso la differenza tra lui e i suoi discepoli ed è a causa di questa differenza che egli innalza al Padre la sua preghiera. Gesù non prega per sé, perché egli non è più del mondo; egli ormai ha vinto il mondo per sempre, con la sua morte e risurrezione è uscito per sempre dal mondo e sale in cielo, siede alla destra del Padre, va da lui.

 Nel cielo la preghiera di Gesù sarà sempre di lode e di benedizione per il Padre, sarà di intercessione per i suoi discepoli e per quanti il Padre darà ai suoi discepoli come suoi, perché si salvino, accogliendo la Parola di vita.

 I suoi discepoli invece sono nel mondo, che è il luogo della prova, della tentazione, dello smarrimento, del peccato, del tradimento, dell’abbandono, dell’apostasia, dell’eresia e di ogni altra lacerazione della fede.

 Perché rimangano e siano sempre di Gesù, poiché il Padre glieli ha dato, è necessario che il Padre li prenda sotto la sua particolare protezione, assistenza, aiuto. Gesù vuole che il Padre non li abbandoni; se il Padre dovesse abbandonarli, perché loro si sono lasciati abbandonare dal Padre, essi non saranno più suoi, ritorneranno ad essere del mondo.

 Questo pericolo è per chiunque ed ognuno ha bisogno della preghiera di Gesù. Chiederla a Gesù è anche nostro preciso dovere, perché perennemente esposti alla tentazione e alla caduta dalla fede. La tentazione contro la fede è la più dura e la più ostinata, satana sa che se cadiamo dalla fede, tutto quanto noi faremo appartiene al mondo e non più a Dio, perché noi apparteniamo al mondo e non più a Dio.

 Padre santo, custodisci nel tuo no­me coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.

 Gesù chiama il Padre suo santo. In verità la santità è l’essenza stessa di Dio,. Dio è santo per essenza divina; in lui c’è solo divina carità, divino amore, divina verità.

Al Padre Santo Gesù chiede che custodisca nel suo nome coloro che gli ha dato. Custodire nel nome del Padre santo significa: custodirli nella santità del Padre, nella sua verità, nel suo amore, nella sua divina carità. Gesù vuole che i suoi discepoli vivano con il Padre la sua stessa relazione di verità e di carità, in quella obbedienza perfettissima, che in lui fu dono dell’intera sua vita per la salvezza.

Il Padre potrà custodirli attraverso il suo Santo Spirito. Questi posandosi su di loro dovrà insegnare come si ama, come si obbedisce a Dio, come si conserva pura ed integra la Parola del Padre. Egli dovrà custodirli nella verità della Parola. Se i suoi discepoli usciranno dalla Parola, usciranno dalla verità e dalla carità e non saranno più né di Gesù e né del Padre. La tentazione mira proprio a questo, a togliere i discepoli di Gesù dalla custodia del Padre per affidarli a se stessi, ai loro pensieri, alle loro preoccupazioni, ai loro desideri, alle loro scelte operative, ad ogni cosa che proceda dal loro cuore, ma non dal cuore del Padre e dal cuore di Gesù, reso presente per mezzo dello Spirito.

Gesù vuole che il Padre li custodisca perché i discepoli siamo una cosa sola, come una cosa sola sono il Padre e il Figlio. Si è una cosa sola quando si è una cosa sola con la Parola; Cristo e il Padre sono una cosa sola per la Parola che è una cosa sola tra di loro. La Parola del Padre è Parola del Figlio, la volontà del Padre è volontà del Figlio; il Figlio esprime in sé tutta e solo la vita del Padre attraverso la sua vita; tra il Padre e il Figlio c’è una sola vita che si vive, la vita del Padre nella vita del Figlio.

Questa stessa unità Gesù vuole tra i suoi discepoli. Costoro potranno essere una cosa sola a condizione che vi sia una sola Parola, una sola volontà e la Parola e la Volontà devono essere quelle del Padre che divengono e sono divenute Parola del Figlio, che diviene Parola di ogni discepolo. Se il discepolo si discosta anche di una sola “lettera” dalla Parola del Padre e di Gesù, egli non potrà più essere una cosa sola con i suoi fratelli, perché non c’è più una sola Parola che regna tra di loro. Essendo più Parole, o più comprensioni della Parola, queste molte parole creano la moltitudine tra i discepoli e non più la cosa sola che Gesù ha chiesto al Padre per loro.

Quando si parla di comunione che bisogna realizzare all’interno della Chiesa e si prescinde dalla Parola, diviene impossibile creare la comunione, che è l’essere una cosa sola di quanti credono in Cristo Gesù. Ma come si può essere una cosa sola, se non c’è una sola Parola, se manca una sola fede, se c’è differenza di fede e di parola?

Molti vedono la comunione come una unità operativa, come opera comune e quindi come unità di intenti tra i molti discepoli di Gesù: Vescovi, Sacerdoti, Popolo di Dio. L’unità operativa o l’unità d’intenti presuppone, anzi esige l’unità nella Parola. Questa unità spesso manca; su di essa nessuno si interroga; ci si interroga invece sull’altra unità, quella operativa, e si vorrebbe crearla attraverso una comune unità di intenti e di operazioni, intendendo per unità di intenti e di operazioni mettersi allineati sulla volontà di chi presiede, o di chi ha un pensiero umano più forte dell’altro, o chi vorrebbe imporre la sua volontà ai suoi fratelli.

Questo è il metodo anticristiano di creare la sola cosa, che si crea da sé una volta che si è creata l’unità nella Parola, che diviene unità di carità, unità di verità, unità di fede e di speranza. Quando si vive questa unità, il resto viene compreso nella sua relatività, nella sua storicità, di quanto è differente neanche ci si accorge, perché brilla su di noi il sole dalla comunione nella Parola di Gesù, che è Parola del Padre.

La comunione può essere e costruirsi solo nella verità, solo nella Parola; pretendere di costruirla su altre cose, su accordi umani, è la cosa più sbagliata che si possa compiere. Questa unità non regge, perché non c’è il cuore nella Parola. Quando il cuore non è nella parola esso è semplicemente con se stesso, se con se stesso non può essere con gli altri, è con gli altri solo per convenienza momentanea.