
| | Giovanni 12,12-16
Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Mancano ancora pochi giorni alla Pasqua, 5 per il Sabato solenne. Poiché Gesù celebrò l’ultima cena il Giovedì e non il Venerdì sera - il Venerdì sera la celebrò come agnello immolato sull’albero della croce - il tempo stringe, ne resta quanto basta per poter fare i preparativi e consumare la cena secondo quanto Gesù aveva già prestabilito. Gesù si avvicina alla città santa partendo da Betania. La folla gli va incontro e lo acclama con grida di esultanza. È un momento solenne quello che Gesù sta per vivere. La folla è dalla sua parte, crede in lui, anche se si tratta di una fede iniziale, quindi esposta, assai esposta, poiché non ha sufficienti radici teologiche sulla persona e sulla missione di Gesù. Essa vede in Gesù il Messia di Dio, ma ignora cosa sia esattamente per Gesù essere l’inviato di Dio. Quando ci si incontra con una fede non formata, bisogna stare sempre attenti, poiché è proprio di questa fede esserci e non esserci, esserci per costruirsi, ma anche non esserci perché svanita alla prima tentazione, o difficoltà. Formare e creare delle persone con una fede teologicamente perfetta, profonda nella conoscenza della verità, sicura e certa nella testimonianza, forte contro le tentazioni contro la stessa fede è compito di chiunque voglia fare dei discepoli a Gesù, dei figli del regno. Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele! È un grido di gioia, un evviva. C’è nel cuore la contentezza per qualcosa di grande che si sta vivendo sotto i loro occhi. Loro sono i testimoni privilegiati dell’evento che avrebbe dato compimento alla loro storia. La storia di Israele è tutta protesa verso la venuta del Messia ed essa non si potrà dire piena e completa se non attraverso il suo arrivo. Quando egli verrà compirà ogni cosa e darà definitività alla loro storia. Questo è il motivo della loro esultanza. Essi riconoscono in Gesù di Nazaret il loro messia, il messia promesso, il salvatore di Israele, il loro re atteso per secoli. Chi viene nel nome del Signore è il suo consacrato e questo consacrato è semplicemente benedetto. È benedetto perché gradito al Signore, perché viene per compiere solo la sua volontà. La benedizione di Dio è solo nel compimento della sua volontà. Chiamando Gesù benedetto essi riconoscono in Gesù colui che viene in mezzo a loro per fare la volontà del loro Signore, per operare la liberazione e la salvezza, poiché il Messia di Dio era investito di questa altissima responsabilità. È benedetto perché portatore di una benedizione eterna. È in lui che si diranno benedette tutte le tribù della terra. Ma la benedizione che il Messia porta è la pienezza dei beni messianici, dei doni di Dio, è la gloria del Padre che egli viene per riversare su noi tutti. Il Messia di Dio è il re di Israele, colui che avrebbe dovuto ricomporre il regno di Dio e dargli quella gloria che esso aveva conosciuto ai tempi della sua istituzione sotto il re Davide. Questo pensano loro. Ma ormai con i profeti la missione e la figura del re era sostanzialmente mutata, ma di questa mutazione essi di niente si accorgono. Quando il cuore si impossessa di una idea, anche se errata, anche se non è più conforme alla storia, difficilmente la abbandona e per tutti costoro, che l’acclamano, Gesù è il re di Israele, re in senso politico, non in senso di grazia, di verità, di amore, di giustizia e di pace. Oggi è il giorno della gioia e dell’esultanza e Gesù lascia che tutto questo avvenga. Ormai sono gli ultimi giorni prima della glorificazione del Padre ed è ben giusto che il mondo sappia chi egli sia esattamente. Poi dopo verranno i giorni della formazione dei cuori alla verità e alla grazia, ma per questo ci sarà tutto il tempo della storia perché si comprenda chi è esattamente Gesù e cosa veramente egli sia venuto a fare su questa terra. Oggi questo non si può pretendere; oggi è giusto che si esulti e si faccia festa perché sulla terra è venuto l’atteso delle genti ed oggi si sta manifestando al suo popolo e alla sua città-simbolo. Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: Gesù compie la profezia che lo vedeva cavalcare un asinello mentre si apprestava ad entrare in Gerusalemme. Entrare in Gerusalemme seduto sopra un asinello anche questo è da interpretarsi alla luce del simbolo che è di per se stesso l’asinello. L’asinello è animale di pace, di lavoro, serve per la costruzione dell’amicizia tra gli uomini, non serve sicuramente per creare divisioni, o per combattere guerre e dare movimenti per contrasti cruenti e crudeli. L’asinello è una bestia da soma, sempre al servizio dell’uomo e ne condivide il peso del lavoro quotidiano. È un compagno di lavoro per l’uomo, è un animale che deve alleviare le pene del suo duro lavoro. Con sudore di tua fronte ti guadagnerai il pane, e l’asinello condivide il sudore dell’uomo sudando assieme all’uomo, perché questi possa procurarsi un pezzo di pane, possa avere di che sostentarsi. Gesù non è un guerriero focoso, bellicoso, pronto ad impugnare la spada, a cavalcare destrieri veloci per andare incontro all’uomo e seminare stragi e distruzioni. Egli cavalca un povero asinello per significare al mondo che il suo regno è regno di pace, di unità, di concordia, di unione, di condivisione, di spartizione del sudore della fronte in segno di amore e di benevolenza. Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d'asina. Gerusalemme è invitata a non temere, a ritrovare il suo antico coraggio e la sua forza di sempre. Essa non sarà più una città sbandata, senza pastore, una città preda di ogni viandante. Essa oggi sta per accogliere il suo re, che viene a lei seduto sopra un puledro d’asina. Finisce per Gerusalemme un tempo di confusione e di caos spirituale e materiale, e si ritorna all’antico amore per il Signore, poiché da oggi essa sarà guidata sui pascoli della giustizia e della rettitudine, dell’amore e della verità, con il re che sta per venire, essa sarà ricondotta al suo Dio. È questa la missione del re d’Israele, di colui che sta per venire, anzi che viene. Il re inviato da Dio al suo popolo, dovrà condurre il suo popolo a Dio, dovrà per questo annunziargli la volontà di Dio, predicargli quella giustizia ormai da tempo dimenticata. La profezia è da intendersi in questo senso, nel senso dato e preannunziato da tutti i profeti. Il regno che il re che viene stabilirà e consoliderà non sarà un regno politico, ma un regno spirituale, non riguarderà solo Israele, ma ogni uomo potrà con lui divenire l’Israele di Dio. Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto. Viene qui precisato come i discepoli erano presenti a quanto accadeva, ma sovente nella più grande incomprensione del mistero che avvolgeva Gesù. Dopo la risurrezione di Gesù, quando Gesù mandò lo Spirito Santo sopra di loro, essi non solo ricordarono quanto era avvenuto, ma comprendevano con l’intelligenza soprannaturale dello Spirito, il senso ed il significato di quanto era accaduto. Lo Spirito ricorda la storia di Gesù; dona il vero significato a quanto loro avevano vissuto assieme al Maestro. Lo Spirito pertanto riveste una duplice operatività in loro: ricorda quanto è avvenuto e lo ricorda in modo vivo, vero, reale, attuale, quasi visivo, in modo che essi dicano solo la verità storica senza aggiungere e senza togliere, perché alla vita di Gesù niente si può e si deve togliere e niente aggiungere. Ma mentre ricorda la verità storica, dona anche il vero, spirituale, divino significato. È per questa azione di ispirazione dello Spirito che non è più possibile fare quella artificiosa distinzione tra il Gesù della storia e il Gesù della fede. Il Gesù della fede è il Gesù della storia. Vero problema invece non è quello tra il Gesù della storia ed il Gesù della fede, bensì è un altro. La fede e la storia di Gesù compresa da una mente che non vive dello Spirito di Gesù è la stessa della comprensione operata dallo Spirito in un’anima credente, fedele, devota, che ama il Signore e cammina per le sue vie? Quanto pensa di Gesù, in ordine alla storia e alla fede tramandataci, un cuore che non vive nella santità e quanto invece un cuore che ama Gesù e vive di lui e per lui, è la stessa, identica cosa? Ma si può pensare la storia e la fede in Gesù senza la soprannaturale ispirazione dello Spirito del Signore? Dopo la Pentecoste, il problema non è più Gesù, vero problema è la ispirazione dello Spirito e la sua conduzione verso la verità tutta intera. Il problema non è cristologico, ma ecclesiale, e quindi pneumatologico, nel senso che lo Spirito guida chi da lui si lascia guidare e vuole che egli sia la sua guida. Nel momento in cui lo Spirito non lo si invoca, non ci si mette in silenzio dinanzi a lui, non si riflette alla sua luce, non si prende del tempo per ponderare ogni cosa, non ci si consulta con gli altri, poiché lo Spirito è Spirito della Chiesa e in quanto Spirito della Chiesa è Spirito del Singolo e sul Singolo; il conforto di chi vive secondo lo Spirito e cammina seguendo la sua ispirazione è essenziale, al fine di cogliere la verità della storia e della fede in Cristo Gesù. |