-Parrocchia Spirito Santo Corsico-
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Giovanni 11,55-12,11Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi.
La Pasqua era un momento di pellegrinaggio. Tutti salivano a Gerusalemme. Molti vi salivano anzi tempo per purificarsi e per poter mangiarla ritualmente puri. L’impurità rituale non consentiva di poter mangiare la Pasqua. La legge di Mosè era dettagliatissima circa tutto ciò che produceva impurità e ciò che invece la conservava e come poter ritornare dallo stato di impurità a quello di purità e quanti giorni erano necessari per ogni caso di impurità.
Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: « Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa? ».
I Giudei sono in agguato, spiano le mosse di Gesù. Essi sono sicuri che egli non mancherà a questo appuntamento annuale. Il loro è un grido di allarme, sono tutti di vedetta, anzi vogliono che tutti si mettano in vedetta contro Gesù.
Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo.
Ci sono anche delle disposizioni e degli ordini. Gesù non può essere più lasciato libero. Per questo chiunque sapesse il luogo della sua abitazione, del suo rifugio, del suo nascondiglio, o qualsiasi altro luogo che potesse tradire o segnalare la sua presenza, dovesse essere denunziato, perché essi potessero prenderlo, arrestarlo.
Ormai non c’è via di scampo; se Gesù verrà a questa Pasqua sarà sicuramente l’ultima che celebrerà, o mangerà, se gli riuscirà di mangiarla. C’è un accanimento contro di lui che è ormai divenuto generale. Nessuno può essere distratto, nessuno neutrale, nessuno può far finta di non vederlo o di non sapere dove egli sia, tutti devono vigilare, tutti denunziare, tutti rivelare.
Sembra veramente che l’uomo nel caso di Gesù abbia perso veramente l’uso della sua razionalità. C’è in questa disposizione del sinedrio la dichiarazione di nullità di un uomo. Veramente il profeta Isaia aveva predetto tutto su di lui, quando parla di iniqua sentenza e di ingiusta condanna. Gesù neanche si trova a Gerusalemme, non ha ancora fatto niente di male, è lontano dalla Città Santa e tutti sono già pronti a collaborare per il suo arresto, tutti disposti e a tutti viene imposto di rendersi utili per il bene della nazione.
Ci troviamo dinanzi ad una pazzia collettiva. Ma che forse la storia sovente non procede per pazzie collettive, quando non si costruisce con la forza della verità e della coscienza morale, quando non si edifica con la volontà di evitare il male del singolo, che è prima ed è parte del bene della collettività? Ci può essere il bene della collettività fondato sul male di una singola persona?
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.
Viene precisato il momento storico. Siamo a sei giorni dalla Pasqua. Gesù da Efraim si reca in Betania, la città di Lazzaro. Betania è distante da Gerusalemme quel tanto che gli consente di poter svolgere il suo ministero, ma senza incorrere nel pericolo di essere arrestato anzi tempo. Possiamo dire che per Gesù è un luogo altamente strategico, di riparo e di rifugio, pur continuando egli la sua missione di rivelazione e di compimento delle opere che il Padre gli aveva affidato.
E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.
A Betania preparano per Gesù una cena. Non viene specificato se la cena fosse preparata dalla famiglia di Lazzaro, o da altre. Viene però precisato che la famiglia di Lazzaro è al completo, che Lazzaro è uno dei commensali e che Marta serviva a tavola.
Mentre si è a tavola, Maria compie un gesto di grande amore per il suo Maestro. Prende una libra di olio profumato, di vero nardo, assai prezioso, cosparge con l’unguento i piedi di Gesù e poi li asciuga con i suoi capelli, mentre tutta la casa si riempie del profumo dell’unguento.
Viene qui messo in evidenza la preziosità del profumo o unguento, ma anche l’uso che ne viene fatto. È per lo meno un gesto inaudito, che solo può sgorgare da un grande amore per il Maestro. Non c’è altra spiegazione. Ma l’amore vero, quello profondo, quello che sgorga dall’intimo dell’anima, è sempre un amore che sa compiere gesti inauditi. L’amore vero non è mai soggetto a calcoli e a razionalità; se l’amore dovesse essere soggetto alla razionalità, non sarebbe vero amore, perché la razionalità blocca l’amore e da grande lo fa diventare piccolo.
Per un grande amore ci vuole un grande cuore. Perché il grande amore sappia produrre gesti così elevati, occorre che ci sia l’ispirazione dal cielo; solo il cielo, infatti, può guidare l’anima verso gesti così elevati. Se la grazia del cielo non dimora nel cuore, i gesti possono essere anche umanamente grandi, ma non divinamente, cioè ispirati da Dio, ed il gesto di Maria è un gesto divinamente grande, perché esso è puro dono, pura contemplazione, pura prostrazione dell’anima dinanzi al suo Signore.
Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento danari per poi darli ai poveri? ».
Chi non ha l’ispirazione nel cuore, non comprende e valuta tutto in termini di calcoli umani, o di un interesse umano immediato. È vero che Giuda Iscariota sta fingendo, ma volendo andare oltre la sua finzione, che ben presto l’evangelista smaschererà, per chi osserva il tenore delle sue parole c’è subito da dire che la sua è una valutazione meschina.
Egli avrebbe voluto che si vendesse il tutto e il ricavato si desse ai poveri. Il prezzo del nardo è circa trecento denari. Una somma considerevole. Da qui la sua idea che quanto era avvenuto altro non fosse che uno sciupio, un inutile spreco.
Egli non legge il gesto della donna partendo dal profondo del suo cuore. L’amore, quello vero, non può essere calcolo umano; se è calcolo non è vero amore. Il vero amore è capace anche di offrire la propria vita per l’amato dell’anima sua e l’amore è legge a se stesso. L’amore non ha altra legge se non l’amore; se l’amore avesse altra legge oltre se stesso, non sarebbe amore; se Maria avesse messo su una bilancia l’amore per Gesù e poi l’amore per i poveri e avesse scelto per Gesù, il suo sarebbe stato calcolo, non sarebbe stato amore.
L’amore vero è immediato, sgorga dal cuore, non è pensato; non c’è neanche comparazione, altrimenti è un amore ragionato. L’amore ragionato neanche esso è amore vero. Giuda Iscariota non ama e per questo non comprende; egli è un fine calcolatore e ogni cosa che egli fa la misura e la pesa partendo dalla sua mente, ma la mente non è il cuore e si ama con il cuore non con la mente. Maria ama con il cuore. Questa la sua caratteristica, questo il suo amore.
Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Viene qui svelato il vero motivo della sua proposta. Egli era ladro e trecento denari messi nella cassa dei poveri, nella cassa comune, che era a sua disposizione, avrebbero senz’altro giovato alla sua sete di denaro e alla sua cupidigia.
Questo episodio, oltre a quanto già detto sulla purezza dell’amore di Maria, serve anche a rivelarci come ognuno di noi parli dall’abbondanza del suo cuore. Maria, nel cui cuore c’era solo amore per il Signore, parlò con l’unzione e disse tutto il suo amore per Gesù; Giuda Iscariota, nel cui cuore c’era cupidigia e fame di denaro, manifesta attraverso le sue parole camuffate e adombrate con motivi di beneficenza, tutta la sua bramosia per quel denaro a suo avviso sciupato.
Maria sciupa il denaro perché fa un’opera d’amore; lui non lo sciupa usandolo esclusivamente per saziare la sua cupidigia e la sua ingordigia. Doppia misura, doppia valutazione, una per sé, giusta, anche se solo egoistica; l’altra, quella di Maria, giusta in sé stessa, è vista come un azione da riprovare in nome dei poveri e delle loro necessità.
Purtroppo così va il mondo. Si giudica il bene male e del male che si è condannato negli altri se ne fa un bene assoluto per se stessi.
Gesù allora disse: « Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me ».
Gesù riveste il gesto di Maria di profezia. Ella ha fatto un gesto profetico, che preannunzia un evento assai imminente. Gesù vuole che la donna sia lasciata fare e che conservi quell’olio profumato per il giorno della sua sepoltura. Chiarifica anche una verità di ordine storico. Se qualcuno vuol fare bene ai poveri, questo lo potrà fare ogni giorno; i poveri saranno sempre tra noi, vivono e vivranno sempre accanto a noi. Gesù invece non è sempre con noi. Egli è ancora per poco tempo in mezzo a noi. Dicendo di conservare il nardo per la sua sepoltura, Gesù preannunzia ormai imminente la sua morte.
Il gesto della donna è da Gesù accolto come un puro gesto di amore. Questo deve insegnarci che nessuno è insensibile al vero amore e che il vero amore, quello che sgorga da un cuore nel quale abita la grazia del Signore, dona forza al cuore, energia nuova, perché possa compiere la sua missione, avanzare sulla via di Dio, svolgere l’opera della testimonianza.
Gesù, accettando il gesto semplice e puro della donna, ci insegna che nessuno di noi può dire, o affermare, di non aver bisogno di gesti puri e semplici di amore. Sono questi gesti il pane della vita e per mezzo di essi il cuore si rinfranca e l’uomo avanza sul sentiero tracciato da Dio con più determinazione, più risoluta volontà, più certezza e più fortezza.
Quando invece mancano di questi gesti, l’uomo è come se si perdesse di coraggio, come se si vedesse solo e la tentazione in questi momenti potrebbe indurlo a pensare cose non vere, non sante, e quindi portarlo su una via non di bene, perché non di perfetto compimento della volontà di Dio.
C’è una povertà spirituale, non dello spirito, ma di mancanza di amore che è uguale, se non più grande della povertà materiale. Anche questa povertà bisogna considerare, poiché sovente è questa povertà di amore la causa dell’abbandono ed anche della povertà materiale. Aiutare questa povertà a divenire ricchezza spirituale di coraggio, di volontà forte, di cammino spedito e sicuro sulla via di Dio, certamente aiuterà a superare anche l’altra povertà.
Anche questa considerazione è giusto che venga presa in esame e meditata nel cuore. Gesù questo amore lo vuole, lo desidera, lascia che venga dato anche ai suoi discepoli. Il tutto deve svolgersi e compiersi nella retta intenzione, nella santità dell’anima e nella purezza dello spirito. In questo amore non c’è spazio se non per ciò che è divino o ad immagine del divino. In questo amore mai deve entrare la carne e la sua concupiscenza.
Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti.
La notizia della presenza di Gesù in Betania è presto diffusa. Molta gente accorre, molti Giudei vengono da Gerusalemme. Non solo vengono per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro e questo a causa della sua risurrezione.
Gesù sicuramente attraeva. Quanti accorrevano a lui non sempre erano prevenuti, pronti a fargli del male. C’era chi era cattivo e veniva per fargli del male, ma c’era anche chi cercava di colmare le attese del suo cuore e quindi era propenso ad ascoltare Gesù e anche a confessare una fede incipiente in lui.
Ma sempre questa doppia via si apre dinanzi agli inviati di Dio. Costoro sono avversati da molti, ma anche da molti accolti inizialmente. Per quanti accolgono inizialmente Gesù, difficile diviene perseverare, camminare sino alla fine. C’è una grande differenza tra conversione e cammino nella santità; la conversione è di un attimo, è una grazia particolare dello Spirito che ferisce il cuore e lo orienta a Dio. Ma la conversione non è ancora santità, non essendo il cuore del convertito saldo ed ancorato all’amore di Dio, dovendosi inoltre ogni giorno scontrarsi con la tentazione, facile diviene ritornare indietro, abbandonare la fede iniziale e percorrere strade di indifferenza, di apatia, di distacco, ma anche camminare su sentieri di subdola e nascosta o anche aperta opposizione a quella fede nella quale prima si era fissato lo sguardo.
Quando questo accade c’è nel cuore il peccato. È il peccato che bisogna cercare; è lui il vero motivo del ritorno indietro. Chi inizia una via spirituale e poi finisce in una via di distacco da essa, lo può fare perché il cuore da convertito si è sconvertito ed è quindi ritornato nella condizione peccaminosa di prima.
Sovente si nega e si nasconde il vero motivo del ritorno indietro, e si accusano gli innocenti, attribuendo loro la colpa del fallimento, scaricando su di essi la mancata santificazione. La storia però svelerà i pensieri segreti del cuore e manifesterà le vere ragioni dell’abbandono del Signore, per inoltrarsi su sentieri di menzogna e di falsità, anche se camuffati da tanta ipocrisia e come Giuda da un desiderio di un amore più grande.
I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Quest’ultima decisione è il sommo della stoltezza. Quando si arriva a tali decisioni è il segno che la storia sfugge di mano e che non la si tiene più sotto controllo. Si ha paura di essa e per questo la si avvolge di stoltezza, pensando di poterla governare.
La storia non si governa con la stoltezza, essa si dirige con la sapienza e solo Dio è il sapiente, l’eternamente sapiente; solo lui ha in mano le sorti della storia e la conduce sempre su sentieri di verità e di giustizia.
La causa per cui molti abbandonavano i vecchi Maestri del Giudaismo e si rifugiavano presso Gesù e credevano anche in lui, non è tanto nella forza di Gesù, ma è nella loro debolezza, nella fragilità del loro insegnamento, nell’inutilità della loro dottrina.
Vedere il risultato dell’altro e voler rimediare pensando di governare l’altro non è mai regola di sapienza. La forza di Gesù deve essere anche forza del fariseo e del Giudeo, se questi sono deboli, incapaci, inetti, inutile pensare di governare la storia combattendo la forza di Gesù, essi devono governare la storia rendendo se stessi forti, capaci, abili nel comunicare la fede. Il vero problema per i Giudei non può essere Gesù, il vero problema sono loro stessi, è a causa della loro inesistenza di fede che molti si recano da Gesù, abbandonano loro e credono in lui.
Questa la verità, il resto è solo pensiero di stoltezza, accumulo di insipienza e mai la stoltezza e l’insipienza hanno prodotto qualcosa di buono. È altresì evidente che ancora neanche si può pensare in termini di libertà religiosa, o di scelte di coscienza. I tempi non sono maturi, anzi questo non è neanche pensiero concepibile dalla mente del Giudeo. |
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