36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». 39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». | · Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». I soldati manifestano la loro insensibilità dinanzi al dolore; a loro non interessa né il caso religioso né il caso politico. Loro sono solo degli esecutori di ordini. Tuttavia ci sono nel loro cuore sentimenti di scherno e di insulto, ma anche di tortura, in quanto davano da bere a Gesù dell’aceto. Anche loro lo invitavano a salvarsi e lo facevano in modo canzonatorio. Dinanzi alla potenza di Roma non c’è possibilità di salvezza; l’unica possibilità è data dallo scendere dalla croce. Ma dalla croce nessuno può scendere, quindi nessuno può salvarsi dalle loro mani, che sono di ferro e di acciaio. Sia il mondo degli ebrei che quello dei gentili si presenta dinanzi a Cristo come il vittorioso e fa pesare a Gesù la sua sconfitta. Dinanzi al loro mondo non esiste, secondo loro, non esisterà, chi potrà e vorrà opporsi. Sarà schiacciato. Chiunque vorrà opporsi lo potrà, ma solo scendendo dalla croce, il che è umanamente impossibile. Potenza schiacciante... potenza dinanzi alla quale per chi si oppone c’è solo la sconfitta. Questa la “fede” dell’uomo nelle sue possibilità, nella sua forza: religiosa, civile, politica, militare, economica. · C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Anche Pilato con la sua scritta, manifesta la sua potenza. Non c’è altro re al mondo che il re dei romani e chi in suo nome esercita il potere. Chiunque altro osa sfidare la loro potenza finirà sulla croce. Il re dei Giudei è sulla croce e questa sarà anche la fine di chiunque voglia proclamarsi re contro Cesare. Il povero Pilato ha già dimenticato che anche lui è uno sconfitto. La sua autorità non vale niente, infatti è stata sopraffatta da un grido insistente. Ma dinanzi a Gesù anche lui deve manifestare la sua potenza. Egli ha potere di vita e di morte e questo potere lo esercita come e quando vuole. Il semplice fatto che il re dei Giudei è in croce, è segno manifesto della sua potenza. Così dinanzi a Cristo ognuno si presenta è protesta la sua grandezza, il suo potere. I capi gli ricordano che sono loro che governano; i soldati gli dicono che sono loro i padroni del mondo; Pilato gli ricorda come finiranno tutti coloro che si presenteranno dinanzi alla storia e affermeranno di essere inviati da Dio. Dinanzi a Cesare non c’è Dio, perché Cesare è Dio. · Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi! ». Ma l’insulto continua anche sulla croce, esso è fatto da uno dei due che stavano inchiodati e crocifissi come Gesù. In un moto di forte incredulità uno dei ladroni lo tenta nella sua potenza, quasi lo sfida. Se tu sei quello che dici di essere, allora perché non salvi te e noi. Uno che ha un qualche potere sulla terra lo usa sempre. Se tu non lo usi, significa che non ce l’hai, altrimenti lo useresti. Il malfattore ragiona con Gesù come si ragiona tra gli uomini. Gesù non è venuto perché noi restassimo a ragionare secondo i pensieri della terra; egli è venuto perché noi imparassimo a ragionare e quindi a pensare secondo Dio. Gesù mai si lascia trascinare in un pensiero della terra; lo ha sempre evitato questo e sempre lo eviterà. Lui è venuto per elevarci al cielo, per farci pensare come Dio. Chi pensa come Dio sa che ogni potestà bisogna esercitarla secondo la volontà di Dio e non secondo la volontà dell’uomo. Questa è la sua regola ed il suo principio e così sarà regola e principio di chiunque voglia camminare rettamente con il Signore. Niente per chi cammina con il Signore è in suo arbitrio o in suo potere; tutto, anche le più piccole cose, devono essere fatte perché comandate di volta in volta da Dio e non perché volute autonomamente dall’uomo. Questa è la regola perfetta della santità. · Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». Ma nel mondo c’è sempre qualcuno che ha timor di Dio; può anche sbagliare, ma poi pentirsi. Gli uomini che non conoscono il pentimento e di conseguenza neanche il perdono lo inchiodano su una croce; non sanno che l’errore è proprio dell’uomo, e che se c’è un sincero pentimento che è totale cambiamento di vita l’errore deve essere perdonato ed anche la pena o soddisfazione condonata, perché chi ha sbagliato è un uomo, una creatura di Dio alla quale il Signore, dietro pentimento, concede sempre la sua misericordia ed il suo perdono, lo reintroduce nella sua amicizia e nel suo amore. Ma l’uomo non può pensare secondo Dio, non può pensare a causa dell’inquinamento del suo cuore, malvagio e spietato, severo con gli altri, lasso e permissivo con se stesso. Il malfattore invita l’altro che insultava Gesù a desistere dal suo insulto. Lo invita a vivere questo momento nel timore del Signore e ad avere pietà di Gesù, lui, che sta subendo la stessa pena. Il malfattore va ben oltre l’invito a non molestare e a non insultare Gesù, gli ricorda anche che loro due subiscono la pena giustamente a causa delle loro azioni non sante, non buone. Gesù invece soffre, ma ingiustamente; lui è lì a causa della malvagità degli altri, non ha causa di una qualche azione non buona da lui commessa. C’è in Gesù una fondamentale e totale giustizia che il malfattore riconosce e attesta dinanzi all’altro, perché la smetta di insultare il Maestro. Anche questa è opera di squisita misericordia. Lui ha misericordia per Gesù, vuole che non lo si insulti, vuole che venga rispettato nella sua sofferenza, vuole che sia riconosciuto nella sua innocenza. Fin qui sarebbe un sentimento nobile, ma non di più. · E aggiunse: «Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Invece in quest’uomo malfattore, pentito, difensore del giusto, c’è qualcosa di infinitamente grande. In quest’uomo c’è la vera fede in Gesù. Lui non solo è giusto. Lui attraverso la croce, attraverso la sua sofferenza, sta andando a prendere posto nel suo regno, nel regno che il Padre dei cieli ha preparato per lui fin dalla fondazione del mondo. Vuole che Gesù non si dimentichi di lui, vuole che se ne ricordi. Il malfattore si apre alla speranza dopo la morte, alla speranza eterna. Chiede a Gesù che sta per andare con Dio che da presso Dio si interessasse a lui, lo pensasse, facesse per lui tutto il bene che uno come lui è capace di fare. Ma anche il malfattore pentito stava per andarsene, non pensava minimamente lui ad una liberazione dalla croce, ora, per porre fine al suo supplizio. La ricompensa che il malfattore pentito si attende è per l’eternità. Tu vai presso Dio, perché sei giusto ed amico di Dio, intercedi presso di lui perché anch’io possa venire con te. Inoltre se Gesù è re, avrà senz’altro un regno e questo regno lo riceverà in eredità a presto, a breve. Ma non si tratta di un regno terreno, bensì di un regno celeste. In questo regno egli dovrà ricordarsi di colui che ha avuto misericordia di Gesù e lo ha difeso. Strano il mondo. Solo un crocifisso, e per di più un malfattore, riconosce che Gesù è innocente, ma anche sa che cosa sta lui per fare e chiede di venirgli incontro, di ricordarsi di lui. Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». La risposta di Gesù è immediata. Poiché io sto per andare in paradiso, ti porto con me, oggi stesso. È questa una vera promessa di vita eterna, dovuta ad un atto di misericordia unitamente alla confessione della retta fede sulla Persona di Gesù. |